Tu sei qui:Chi Siamo / L'Anima della Righini

L'Anima della Righini


di Angelo Brambilla (INSA)
"fonte storica dei ricordi Righini"
Vi confesso: sono un pochino sconcertato dall'essere ormai la fonte storica dei ricordi Righini. Preferisco essere un istruttore attivo, magari che cammina molto più lento degli altri, preferisco partecipare alla vita della scuola guardando al futuro.
Essere il decano della scuola però comporta degli obblighi; tra questi quello più importante è di conservare la memoria e il ricordo delle persone che hanno animato lo spirito della scuola che hanno formato la cultura fondante della Righini. Il cambiamento e l'ammodernamento sono importantissimi e guai se non ci fossero; ma ogni cambiamento si innesta sulla cultura esistente che lascia una traccia indelebile. Le organizzazioni e la loro cultura sono formate da persone, istruttori e allievi.

Io voglio qui ricordare non tutte le persone, ma in particolare alcune di quelle che non ci sono più ed hanno lasciato una traccia importante, indelebile non solo nella Righini, ma anche su di me. Mi è più facile ricordare i miei amici istruttori; gli allievi, tanti, simpatici, affettuosi si accavallano nella mente e solo alcuni di essi emergono con chiarezza. Mi perdonerete se intreccerò dei ricordi personali alla storia della Righini: questa nostra bellissima scuola è fatta di persone, é fatta di amici.
La Righini forse ha un'anima?




Fritz Gansser ed Emilio Romanini, medaglie d'oro del Cai, Accademici


L'idea di creare una nuova scuola di scialpinismo inserita nella Sezione di Milano del Club Alpino cominciò a prendere forma nell'ottobre del 1965.

Un gruppo di accademici milanesi formato da Gansser, Romanini, Negri, Contini e Gallotti aveva avuto l'idea di ricordare un loro amico, Mario Righini, morto sotto una valanga scendendo in fuori pista dal Corvatch, creando una scuola che avesse come obiettivo principale proprio quello di insegnare ai giovani il modo più sicuro per percorrere le montagne invernali. La missione della scuola, infatti, è sempre stata quella di sviluppare e insegnare tecniche per aumentare la sicurezza in un ambiente difficile e, allora, non molto conosciuto. Gansser, in particolare, forte della sua lunga esperienza nelle truppe alpine svizzere e dei suoi studi sulla neve, sapeva forse più di altri l'imprevedibile insidiosità delle valanghe e si adoperava per mettere a punto le tecniche di prevenzione.

Già allora aveva capito come, in materia di sicurezza, una formazione accurata e basata sia sull'esperienza sia su solidi fondamenti scientifici fosse la garanzia più sicura per evitare gli incidenti. Ecco quindi il suo impegno per mettere a punto le prime dispense per la formazione dello scialpinista e la contemporanea partecipazione alle riunioni internazionali della CISA-IKAR dove si discuteva di tecniche di prevenzione; ecco il costante collegamento con l'Istituto delle Valanghe del Weissfluejoch di Davos e con la fondazione Vanni Eigenmann , non solo per un aggiornamento personale da trasferire agli amici italiani, ma soprattutto per ricevere i dati che permettessero di effettuare gite con maggiore sicurezza e nello stesso tempo di cominciare a stilare i primi bollettini valanghe.

Il comportamento sul terreno di istruttori e allievi, durante le gite della scuola, doveva riflettere l'insegnamento teorico ed anzi esasperare nella pratica le esperienze così necessarie per la formazione dei giovani. Nessun particolare era lasciato al caso: dalla documentazione alla formazione dei gruppi, dalla preparazione della gita alla formazione degli istruttori e allo spirito di gruppo cosi importante in montagna. L'idea portante della didattica di Fritz consisteva nello spiegare le teorie quando, sul terreno, era evidente la loro applicazione pratica; pur programmando lezioni teoriche in aula, il suo terreno preferito era la neve: la ricerca in valanga andava sperimentata, il recupero in crepaccio doveva essere effettuato praticamente, compresa possibilmente una caduta non troppo simulata del "ferito", l'orientamento consisteva sempre nel confrontare la carta con il terreno e nell'applicare lo"schizzo di rotta" puntigliosamente preparato la sera prima in rifugio.

Romanini da parte sua era il filosofo della montagna. Grande amico di Fritz ne condivideva il rigore scientifico e la passione; non tralasciava occasione di gratificarci con lodi compiaciute per infondere motivazione ed entusiasmo. Ricordo le sue colte dissertazioni sull'etica del dolore che nella sua vita aveva incontrato, mentre camminava a torso nudo in val Roseg ad un passo non facile da seguire nonostante avesse trent'anni più di me. Emilio era un libero pensatore laico, ma con un senso profondamente etico e morale della vita. La montagna per lui era una scuola estetica e di vita, un teatro dove si svolgeva una magnifica rappresentazione.
Anche se senza Gansser e Romanini la scuola Righini non sarebbe nata o almeno non avrebbe avuto quelle connotazioni di serio impegno che tuttora ne caratterizzano l'operato, lasciatemi dire che l'aspetto che io ricordo con maggiore piacere di Fritz sono le sue doti umane: l'aver saputo coniugare al rigore didattico-scientifico la comprensione delle esigenze degli individui e la loro soddisfazione umana. Lavorando sempre a stretto contatto con lui in moltissime iniziative posso testimoniare che univa l'attenzione al raggiungimento degli obiettivi che si era prefissi con l'ascolto e la motivazione dei suoi collaboratori che spesso trovava proprio nell'ambiente della "Righini", la sua creatura prediletta. Voglio ricordare per esempio come si appoggiò agli istruttori della scuola per fare uscire la prima raccolta ciclostilata di 300 itinerari scialpinistici a non più di 250 km da Milano e più tardi per tradurre l'edizione italiana di "Scialpinismo in Svizzera" da lui curata. La dispensa da lui curata per gli allievi fu il primo testo organico (antesignano!) a disposizione in Italia di scuole e istruttori di scialpinismo.

Ancora qualche ricordo personale, come quello della settimana nel Gruppo della Jungfrau organizzata da Fritz per gli allievi "distintivati" della Righini che ha costituito il primo corso avanzato di specializzazione (oggi lo chiameremmo SA2) e che è servita come preziosa esperienza per tutti. Dopo tre giorni di tempo pessimo durante i quali certamente non si era perso tempo a giocare a carte, ma ad esercitarsi continuamente, anche in rifugio, in cinque giorni di tempo splendido furono salite cinque vette di 4000 metri.

E ancora, durante una gita con un pessimo bollettino valanghe, tutti consapevoli del grande rischio, mi ricordo l'abilità con cui Fritz sceglieva l'itinerario dando l'impressione che solo una persona della sua esperienza potesse permettersi di muoversi quel giorno; ricordo anche la rapidità con cui, prima di tutti noi più giovani di lui, scese un pendio risalendo sulle pendici opposte dove una piccola valanga aveva investito un altro gruppo della nostra scuola, per fortuna senza conseguenze.

La sua passione e la sua esperienza, arricchite dai risultati di quel vero e proprio laboratorio didattico-sperimentale che era la Righini in quel tempo, lo portarono alla direzione della scuola centrale di alpinismo del CAI nella quale travasò la sua capacità organizzativa e didattica.
Potrei continuare sull'onda dei ricordi, molto più gratificante delle considerazioni tecniche: lasciatemi concludere dicendo solo che non per niente i nostri due fondatori Fritz Gansser ed Emilio Romanini, già accademici, hanno ottenuto la medaglia d'oro del C.A.I.; i risultati concreti del loro lavoro e della loro dedizione alla sicurezza in montagna sono sotto gli occhi di tutti. La Scuola di scialpinismo, il Servizio Valanghe, numerose pubblicazioni, ma soprattutto un modo di operare e di concepire il rapporto con la montagna che è rimasto in tutti noi.
Emilio ci ha lasciato il 27 luglio 1999 e Fritz l'8 settembre 2001.




Giacomo Bonacossa

Bonacossa era lo zio di Angelo Volpi e da tutti noi era chiamato zio Giacomo: in effetti alla Righini era diventato un po' lo zio di tutti. Quando sono entrato nella scuola nel 69 era già istruttore ed anzi ha interpretato la figura dell'istruttore nel film " 4000 con lode " che tutti voi sicuramente conoscete.

Voglio ricordare il grandissimo buon senso dello zio Giacomo, le sue battute argute, il suo approccio semplice e chiaro nello spiegare i problemi dello sci alpinismo agli allievi. Durante le gite tendeva a instillare nei ragazzi il "senso della montagna" più che dar loro una grande massa di nozioni teoriche.

Mi sembra ancora di sentire la sua famosa frase "su cun i orech" (su con le orecchie: chissà se ho scritto giusto!) che pronunciava nelle situazioni di sospetto pericolo in cui bisognava stare attenti. Le sue battute in milanese, i suoi scarponi Pirelli in gomma, il suo abbigliamento un po' old fashion, lo rendevano una figura simpatica e inconfondibile.

Mi fa piacere che anche chi non lo ha mai conosciuto, come la maggior parte di voi, lo ricordi come una figura importante ed emblematica per la scuola, che ha contribuito a creare il buon nome di cui noi oggi giustamente godiamo.




Ettore Scanavini

L'ho qualificato come istruttore di scialpinismo, ma avrei meglio dovuto scrivere "amico". Era entrato alla Righini quando io ero direttore. Mi era stato raccomandato da mia madre, amica della sua, e questo non me lo aveva reso molto simpatico. Ma poi fui conquistato dalla sua bontà, umanità, gentilezza.

Sì, Ettore era un uomo veramente buono con tutti, con gli amici e con gli estranei; con grande sensibilità rispettava i sentimenti altrui anche a costo di soffrirne. Come quella volta che, dormendo in camper nel Sahara, d'agosto, voleva tenere i finestrini chiusi per non offendere la vista dei tuareg che fossero passati di lì.

Ettore ha conosciuto Claudia, che sarebbe diventata sua moglie, alla Righini, confermando una leggenda di tanti altri istruttori e allievi. Poi ha consolidato il suo rapporto con Claudia arrampicando con lei all'altro capo delle mie corde. Quante arrampicate, quante gite fatte insieme, noi tre!

Come istruttore Ettore trasferiva le sue conoscenze agli allievi con la delicatezza propria del suo carattere: consigliava, non imponeva; suggeriva, non comandava. Aggiornato, serio, puntuale, comprensivo dei problemi di tutti, si faceva veramente carico della missione dell'istruttore nel modo più completo e ideale. Prima veniva il dovere, anche con sacrificio, poi, ma molto dopo, le sue esigenze. Godeva delle cose semplici della vita, della natura, degli affetti della famiglia e degli amici.

Lui così prudente in tutte le sue scelte, attento alla sicurezza e sempre pronto a rinunciare se le difficoltà gli sembravano eccessive, è caduto il 13 luglio del '97 su una facile arrampicata una delle poche volte che non eravamo legati insieme.




Paolo Re, Istruttore Nazionale Emerito di Scialpinismo

Paolo era nato il 30 ottobre del 1930 ed e' diventato istruttore nazionale nel 1968, frequentando il primo corso per Istruttori Nazionali di Scialpinismo. E' stato un corso un po' speciale, perché non si distingueva bene chi era allievo e chi istruttore: dovevano, insieme, organizzare la didattica e dare vita alle scuole di scialpinismo in Italia; Paolino con la sua grande esperienza maturata alla scuola d'alta montagna Parravicini del CAI Milano aveva molto da proporre.

E' stato uno dei primi organizzatori della Scuola Righini che ha diretto alla fine degli anni '60 e che lo ha sempre visto molto presente, partecipando a tutte le attività, portando il proprio contributo didattico e di esperienza in montagna, ma soprattutto il suo solido buon senso e la sua grande carica di umanità. Quando feci il mio primo corso di sci alpinismo nel '69 Paolo era direttore. Mi parve preciso, severo, solo dopo lo conobbi sotto l'aspetto più vero e più umano, come persona dalla profonda sensibilità.

Ha sempre svolto l'attività di istruttore con continuità: pochi anni fa aveva festeggiato con gli amici più cari la sua partecipazione a più di 100 corsi tra scialpinismo, alpinismo e roccia tenuti dalle scuole della Sezione del CAI di Milano. Poco tempo prima di lasciarci Paolo aveva deciso di dimettersi dalla carica di Istruttore Nazionale di Scialpinismo, avendo raggiunto i 70 anni di età; era stato subito nominato dalla CNSASA Istruttore Emerito come riconoscimento della sua dedizione all'insegnamento all'interno delle Scuole di Alpinismo e Scialpinismo del CAI.

Il passare degli anni non gli aveva tolto la freschezza d'animo di fanciullo, che lo rendeva l'animatore delle riunioni fra amici; la sua verve nel racconto e la fantasia della battuta servivano a smitizzare le situazioni più difficili. I suoi ricordi del tempo di guerra raccontati con vivida immediatezza, riportavano gli ascoltatori in un'epoca non vissuta, difficile ma spesso serena, e permettevano di apprezzare le doti umane del loro amico così genuino.

Domenica 12 agosto 2001 in Val Vogna, bellissima valle laterale della Val Sesia, con i suoi amici, tra case walser, ricchi boschi e soprattutto circondato dalle montagne che ha sempre amato tantissimo, se ne è andato, o meglio, come preferiamo dire noi, " è andato avanti" . Chissà se avrà la battuta giusta anche con il Padreterno?



Angelo Brambilla

Milano, Aprile 2005





X
Loading