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IL GRUPPO RIGHINI VINCE L’HATELET D’OR 2006.
L”Hâtelet d’or’, prestigioso premio per messo in palio dalla Grivel la piu’ significativa performace scialpinistica dell’anno, e’ andato alla squadra ‘Righini’ del CAI Milano per l’impresa sulla parete nord del leggendario Cerro Cassandra (m. 3226), nella Patagonia cilena. Enrico Camanni ha intervistato per la Rivista della Montagna l’alfiere del team, Andrea Farioli, subito dopo la cerimonia di premiazione a Grenoble, svoltasi in un clima letteralmente da stadio.
RdM: Allora, Andrea, che effetto fa portarsi a casa l’Hâtelet?
AF: E’ una grandissima soddisfazione, anche se in qualche modo ce lo aspettavamo.
RdM: In che senso? Si diceva che avreste tentato la nord-ovest del Rimp-Fisch-Garmo in Pamir, progetto poi abbandonato.
AF: E’ vero, quello e’ stato il momento piu’ difficile: si puo’ dire che Mario e Oscar avevano preparato quella spedizione per vent’anni: sembrava la volta buona, ma all’ultimo la disastrosa alluvione della Taesch-i-Tal aveva reso impossibile la logistica. Erano veramente a terra: forse, anche per ragioni d’eta’, pensavano di non riuscire piu’ ad organizzare una grande impresa.
RdM: E come e’ venuta fuori l’idea del Cerro Cassandra?
AF: Il merito e’ di Franco Pecchio, mio vecchio istruttore del CAI, un vero interprete dello scialpinismo visionario di una volta: niente cartine, niente bollettini, niente ARVA, la sua parola d’ordine e’ ‘tentare’. Lui ha sempre creduto in me e, subito dopo l’annuncio del naufragio del progetto Rimp-Fisch-Garmo, mi ha chiamato e mi ha detto ‘perche’ non fate il Cassandra?’ e ha riattaccato.
RdM: La squadra c’era gia’, in fondo!
AF: Si’, per il Pamir avevo scelto i migliori: gente come l’Irene, una che fa il 7b con gli scarponi, l’Hero, detto l’Olandese Volante o il Cero, l’erede di Siffredi Marco, intendo, non Rocco. Sai, non e’ solo una questione tecnica, ma anche di tenuta psicologica: avevo bisogno di gente capace di soffrire. Cosi’ avevo preso solo ex-allievi Righini. Mi ero sentito col capo [Gianfranco Pieretti, ndr] e avevo organizzato un’uscitina di selezione sulla nord del Lyskamm, lungo il tracciato di Andrea Enzio. Era una vera ‘sporca dozzina’, tutta gente all’altezza della propria fama.
RdM: Quanto ha giocato l’aspetto psicologico? Il Cassandra e’ una montagna che fa paura.
AF: In questo la Righini ha dato il massimo supporto, mandandoci un coach per il team building, Roberto Bez. Io sono molto introverso e ‘calvinista’, all’inizio ero un po’ a disagio con la sua allegria chiassosa, poi mi sono lasciato trascinare e ha funzionato. Ora, posso dire, e’ il mio padre spirituale.
RdM: Parlaci dell’assalto finale.
AF: E’ stato come ce lo aspettavamo. Ci ha molto aiutato il Prof. Cavalli del Politecnico di Milano, che ha fatto un rilievo fotogrammetrico del Cassandra e ha mappato poi tutto col GPS. Un lavoro superbo. Il difficile sono stati i lunghi giorni in bivacco a mangiare pizzoccheri liofilizzati, aspettando la finestra di bel tempo. Quando si e’ aperto un po’, siamo sgusciati fuori e abbiamo attaccato di fianco allo Spigolo degli Albanesi, con gli sci in spalla. Poi siamo scesi a uovo, per paura che tornasse la bufera.
RdM: Conclusione e sintesi?
AF: Guarda, il Guido [Fossati, ndr], uno dei miei allievi piu’ promettenti, all’aeroporto mi aveva salutato con il motto del mitico Gervasutti ‘Osa, osa sempre e sarai come un dio’; ripensando al Cassandra, pero’, aggiungerei anche quello di Flavio [Briatore, ndr]: ‘Nella vita bisogna avere culo’.
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