Quello che mi è piaciuto (e anche qualcosa meno)

La partenza dalla Darsena in una bella giornata primaverile, con le vie d’acqua, gli argini e la campagna verde intorno.
La solidarietà degli altri ciclisti e la curiosità per questo insolita carovana di viaggiatori con gli sci.
La libertà di andare e fermarsi dove ci piaceva, ragionando “strada facendo” (cit. Claudio Baglioni).
Gli insegnamenti e le dritte di Davide su come si allestisce un bivacco a lato strada o a 3.000 metri sulla neve.
La compagnia un po’ tolkieniana, diversa e improvvisata ma convinta della propria missione.
La sfida dei primi tornanti, poi divenuta preoccupazione di non farcela, lotta per non mollare e dopo quell’ultimo strappo la strada che finalmente spiana.
Le buste liofilizzate dove aggiungi acqua calda, aspetti qualche minuto e poi assaggi con l’effetto sorpresa e pensi “non è male”.
La scoperta di una valle alpina non turistica, solo qualche casa di malgari svizzeri, nessuno in giro tranne noi.
Sentirsi un po’ esploratori, senza traccia da seguire e punti di appoggio garantiti. La montagna primordiale, millenaria, dove si è ospiti della natura. Anche sentendosi sguarniti, poco assistiti.
Parecchia fatica, con alcuni momenti anche di sconforto e di disagio, ma è il gioco che hai scelto. Nessuno te lo ha imposto e quindi muovi un passo dopo l’altro, misuri le tue forze. Ho pensato: “la libertà è faticosa, non è gratis. Spiegalo a Tito quando ritorni”.
Le ore notturne con il sonno che non arriva e i pensieri che si ingarbugliano tra incertezze, timori e quesiti esistenziali.
Il dispiacere per non aver raggiunto la cima, che poi è anche stupido provare. Quindi ti senti un idiota due volte.
La responsabilità per avere proposto e coinvolto altre persone in questo progetto che si stempera nella condivisione, nel volere e nell’agire insieme. Non era poi una cagata senza possibilità di riuscita
Autocritica (si commettono errori basta riconoscerli)
Non mi sono allenato a sufficienza, ma la lo sapevo.
Il periodo scelto non è stato l’ideale. Quota neve troppo alta, caldo notevole e poi incertezza meteorologica nei giorni di alta montagna. Gli impegni familiari e lavorativi, le festività varie ci hanno un po’ condizionato. Ma anche questo era noto, il compromesso accettabile per non partire in due o tre.
Ho sottovaluto l’importanza di nutrirsi bene. Ciac, 23 enne in forma smagliante, era giustamente preoccupato per la dieta che ci siamo assegnati. Le razioni pesano e cucinarle con un solo fornello è lungo. Ma una busta a cena di 500 chilocalorie e una da 200 a colazione sono pochine se hai già dato fondo alle tue riserve nei giorni precedenti (si stima che in una giornata intensa di alpinismo bruci 6.000 chilocalorie). Anche qualcosa di buono e sfizioso potevamo metterlo nello zaino.
L’entusiasmo e anche una buona strategia ci ha spinto a aumentare i chilometri e i dislivelli, per guadagnare terreno. Ci siamo riusciti ma abbiamo anche pagato lo sforzo nella seconda parte della spedizione quando la stanchezza si è accumulata. Siamo arrivati al bivacco finale in perfetta tabella, prima dell’alba eravamo a 800 m dalla vetta ma spingendo sempre, un po’ tirati, almeno per quanto mi riguarda. Nel mio piano ideale, fatto a posteriori, me la sarei presa un po’ più con calma. Con una giornata in più, di semi-riposo.
In fondo il problema è sempre il tempo, la risorsa più preziosa da gestire. Ma se fosse facile decidere cosa fare nel tempo che abbiamo a disposizione, avremmo risolto tutti i nostri problemi.
