FRANCESCO, ALIAS IL PUPPI

Mi sono buttato in questa avventura senza pensarci, perché sapevo che sarebbe stato l’unico modo per partecipare. Sapevo che se mi fossi fermato a pensare al mio stato di forma, all’inesperienza ciclistica e di bivacchi sulla neve, alle questioni logistiche, familiari, a tutti quei km e quei kg non sarei mai partito. E invece volevo fortissimamente partecipare a quella folle idea di Guido, che già dai primi incontri mi sembrava pazza e bellissima.
E finalmente via sui pedali ho provato quella sensazione di vivere un’avventura che non provavo da quando, a 15 anni, abbiamo deciso di triplicare il percorso stabilito senza nemmeno guardare la cartina e contare le provviste, perché volevamo vedere cosa c’era nell’altra valle; quando su una barca a vela enorme e scassata abbiamo rotto il motore e deciso di andare avanti comunque e quella volta che con una bicicletta graziella sulla Martesana ci siamo detti andiamo a Lecco.
Come sempre, più che la sfida con me stesso e con la natura quello che mi porto a casa è il legame con i miei compagni d’avventura. Quello che mi rimane è il rumore della risata limpida di Ciac davanti alle salite, alla pioggia, al vento, ad una discesa con la frontale nella tormenta, ma perché uno dovrebbe essere contento di una pendenza al 12%? La gentilezza sincera di Vittorio, che depura l’acqua, offre aperitivi, ricarica cellulari, inventa freni a mano, tutto tirato fuori dal suo zaino, ma perché uno dovrebbe essere contento di 20 kg sulle spalle? Il saggio entusiasmo di Davide che scandisce i km, dirige il gruppo come un direttore d’orchestra in smoking, codino piratesco e un jetboil al posto della bacchetta, ma perché uno dovrebbe essere contento di dormire sotto una tettoia? La luce sorniona nell’espressione di Guido mentre prepara la bicicletta perché in fondo è contento che il treno non ci possa portare fino a Milano, l’avventura non è finita, ma perché uno dovrebbe essere contento di un guasto sulla ferrovia ed altri 70 km sotto la pioggia?